Posso entrare? 

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È da qualche anno che abbiamo deciso di non programmare più dei ‘’sopralluoghi’’ cadenzati negli appartamenti dei nostri ospiti. Abbiamo lasciato che la spontaneità e la quotidianità guidasse l’incontro e così, noi educatori, siamo entrati in casa ospiti in occasioni diverse ma mai programmate. Un guasto, la necessità di parlarsi di persona, la richiesta esplicita, un bambino malato, un aiuto a portare o a spostare cose pesanti. Poteva anche avvenire spesso, per alcune persone, mai per altre. Abbiamo infatti sempre preferito i locali comuni come luogo di incontro formale ed informale. Da un po’ abbiamo adottato questa procedura: una volta al mese una visita domiciliare, in tutti gli appartamenti. Non per controllare, per giudicare o per scarsa fiducia ma per avere uno sguardo più ampio sulla quotidianità e sul percorso dei nostri ospiti, sulla loro capacità di adattarsi e di gestire un appartamento che per alcuni è il primo. Alcuni sono timidi e solo in casa riescono a raccontarsi veramente, altri tendono a nascondere guasti o piccoli danni per paura del giudizio o delle ripercussioni, soprattutto i primi tempi, qualcuno preferisce stare in casa piuttosto che scendere ed incontrare gli altri e perciò salire a casa è l’unico modo per iniziare a costruire un rapporto di fiducia. Ciò che ha stupito di più è stata l’accoglienza riservata: un posto a sedere, la voglia di preparare un caffè o un té e di berlo insieme, il piacere di mostrare foto, sistemazioni, piccoli acquisti. Il desiderio di accogliere qualcuno in casa, attendendolo, anche solo per due chiacchiere è stato autentico da parte di tutte le ospiti e continua ad esserlo mese dopo mese.  La ‘’visita domiciliare’’ prende così la forma stessa del condominio solidale: un momento di scambio e confronto, dove il consiglio, il suggerimento, la segnalazione di un guasto o di qualcosa che non va bene avviene in un clima famigliare e di accoglienza.                   

Silvia B.


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