La maschera

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Tranquilli, non siamo impazziti… non ci stiamo preparando per il carnevale, mancano ancora un paio di mesi.

Parlo della ‘’maschera’’ che ciascuno di noi porta, o per scelta, o per abitudine, o perché ci viene affibbiata dagli eventi o da chi ci sta accanto.

Nelle ultime settimane ho pensato spesso che chi avevo di fronte e mi parlava, non riuscisse a scrollarsi di dosso una maschera. Quella della persona sfortunata, la cui vita ha più tolto che dato.

Di eventi positivi ve ne sono stati, ma ho percepito la difficoltà di alcune delle nostre ospiti a comunicarli, a fermarsi per vederli, a mostrarsi contenti, come fosse una colpa, come non ce lo si meritasse. Non parlo della tendenza a lamentarsi, che a volte c’è e di cui siamo ormai abituati, ma del non volersi permettere di essere felici. Per una casa arrivata, per un dono inatteso, per un amico particolare che dimostra di tenerci, per un fidanzato… Non so se è il timore di perdere la fonte della gioia o il sentirsi inadeguate con una nuova «maschera». Ma così è.

Allora forse, uno dei nostri compiti in questo luogo fatto di persone, è proprio quello di educare alla gioia, esercizio che la mia collega stimola ogni giovedì, iniziando il gruppo mamme con la domanda «qual è stata la cosa bella di questa settimana», e so la fatica a farle parlare.

L’impegno deve essere quotidiano, forse mostrandoci noi per primi felici di ciò che ci capita, comunicandolo apertamente per imparare insieme a vederne la naturalezza.

Silvia C.


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