Guardare un  telefono 

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Sempre di più ricevo telefonate con richieste di inserimento in condominio, cui mio malgrado devo dire di no o spiegare la procedura corretta per avere accesso “A casa di Zia Gessy”.  Telefonate, in queste ultime settimane, sono arrivate da assistenti sociali, per inserire una ragazza ROM, con problemi di violenza in famiglia; per un nucleo sfrattato nell’astigiano, per un ragazzo psichiatrico che uscirà da una comunità, per una ragazza quasi maggiorenne; da una vecchia amica, ora suora, per una signora rifugiata, da colleghi del privato sociale per casi in dimissione dalle loro strutture. Telefonano anche persone in difficoltà a seguito dei maltrattamenti quotidiani che vivono in famiglia, padri separati, donne con bimbi e uno sfratto esecutivo: a queste persone è ancor più difficile spiegare che il condominio è una struttura in rapporto con la città, che ha solo 8 posti dedicati agli ospiti temporanei, spiegare i criteri di accesso per i quali ciascuno, nella disperazione chiede di poter avere uno sguardo privilegiato e far comprendere che bisogna passare attraverso i servizi sociali territoriali, l’ufficio minori dell’Assessorato, avere già fatto domanda per l’accesso alla casa popolare e a quel punto, ma solo a quel punto, il nostro parere può risultare vincolante. A tutti provo, in una forma di sportello di segretariato improvvisato, a garantire una risposta che abbia il sapore di accoglienza, tento a seconda della categoria a provare a reindirizzare presso altre strutture o possibilità di avere informazioni, ragionando insieme a chi c’è dall’altra parte del telefono. Ciò che mi addolora di più è che a volte, al mio elencare possibili soluzioni altre, la risposta è spesso un “già sentito”, “non hanno posto”, “mi han detto di telefonare a lei”. A quel punto ci si sente davvero impotenti e non resta che abbozzare un ” mi dispiace” e rimanere un attimo a guardare il telefono, una volta chiusa la comunicazione, come per immaginare il volto del mio interlocutore.         Andrea T.

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